Tra le mille storie che rendono Monaco di Baviera un luogo unico, ce n’è una che pochi conoscono, ma che ha dell’incredibile. Immaginate la confusione dei preparativi dell’Oktoberfest, con i padiglioni da montare, i fili elettrici da collegare, le luci da sistemare, e tra gli operai un ragazzo magro, con lo sguardo assorto e i capelli già un po’ ribelli. Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel giovane apprendista, occupato a tirare cavi e sistemare lampadine, sarebbe diventato uno dei più grandi geni della storia dell’umanità. E invece sì: quell’operaio era Albert Einstein.
A soli diciassette anni lavorava nella ditta di componenti elettrici dello zio, e tra un calcolo e un sogno, si ritrovò a contribuire all’allestimento della festa più amata dai bavaresi: l’Oktoberfest. Pensarlo lì, in mezzo alla segatura e ai boccali, a far passare corrente tra i tendoni, fa quasi sorridere. Forse già allora, mentre stringeva un bullone o testava una linea, la sua mente correva altrove, inseguendo idee e formule che un giorno avrebbero cambiato il mondo.
C’è qualcosa di poetico in questa immagine: il futuro padre della teoria della relatività che, senza saperlo, porta la luce in una festa nata per celebrare la birra e la gioia popolare. Un giovane che lavora con le mani ma già ragiona con le stelle. L’Oktoberfest, con le sue luci, la musica e la folla, diventa così anche un piccolo frammento della storia di Einstein, un ricordo di gioventù nascosto tra i boccali e i sorrisi.
Chissà se qualche scintilla, tra quelle lampadine che montava, non sia stata anche la prima di un’idea destinata a illuminare il mondo


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