Perché si chiamiano tedeschi e non germani?

Perché si chiamiano tedeschi e non germani?

Oggi ho letto un articolo interessante che mi ha dato uno spunto da portare anche qui su questa pagina ( e di questo ringrazio i ragazzi di Geopop ). Mii sono fatto una bella ricerca come si faceva a scuola. Spero quindi di non dire inesattezze anche nei confronti di gente che ha studiato tutta la vita questi temi. Se fosse cosí perdonatemi in anticipo.

La domanda é semplice: perché in italiano diciamo “tedeschi” e non “germani”?

É una di quelle domande che sembrano banali finché non inizi a scavare e ti rendi conto che dentro c’è un intero pezzo di storia europea, di lingue che si intrecciano e di identità che si formano molto prima degli Stati nazionali moderni; vivendo in Baviera questa parola la senti spesso, la pronunci spesso, eppure raramente ci si ferma a riflettere su quanto sia antica, stratificata e lontana nel tempo rispetto all’uso che ne facciamo oggi.

Il termine “germani” nasce nel mondo romano ed è, prima di tutto, un’etichetta esterna, geografica e culturale, non un’autodefinizione. I Romani chiamavano Germani una serie di popolazioni molto diverse tra loro che vivevano oltre il Reno, senza un’unità politica, linguistica o identitaria comune, e lo facevano dal loro punto di vista imperiale, quello di chi aveva bisogno di classificare ciò che stava fuori dai confini dell’Impero. Per i Romani erano Germani come altri erano Galli o Iberi, ma quelle popolazioni non si chiamavano così e non si percepivano come un unico popolo.

La parola “tedeschi”, invece, arriva da tutt’altra direzione ed è linguisticamente molto più interessante. La sua origine va cercata nel germanico occidentale antico, nella radice þeudō, che significava “popolo”, “gente”, da cui deriva l’aggettivo þeudiskaz, letteralmente “del popolo”. Questo termine entra poi nel latino medievale come theodiscus o teutiscus e viene usato per indicare la lingua parlata dalla gente comune in contrapposizione al latino, che per secoli è stata la lingua della Chiesa, dell’amministrazione e delle élite colte. Quando nei documenti medievali si parlava di lingua theodisca, si intendeva semplicemente “la lingua del popolo”, quella comprensibile a tutti, non il latino.

Col tempo theodiscus smette di indicare solo una lingua e inizia a identificare anche le popolazioni che quella lingua la parlano, soprattutto all’interno del Sacro Romano Impero. Da lì il passaggio alle lingue romanze è naturale: in italiano diventa “tedesco”, in spagnolo antico “tudesco”, mentre in tedesco moderno la stessa radice sopravvive nella parola “Deutsch”. È affascinante notare che, mentre i tedeschi chiamano se stessi “Deutsch”, cioè “il popolo”, noi li chiamiamo con una parola che nasce da quella stessa idea medievale di lingua popolare contrapposta al latino.

In questo passaggio non c’è solo una questione linguistica, ma una vera e propria visione del mondo. Noi non usiamo il termine romano “germani”, né l’autodefinizione moderna “Deutsch”, ma una parola figlia del Medioevo, della distinzione tra élite e popolo, tra lingua colta e lingua parlata. È un nome che parla di comprensibilità, di appartenenza, di comunicazione, molto più che di confini nazionali.

Forse non è un caso che ancora oggi, quando si parla di Germania, emergano stereotipi semplicistici sull’ordine, sulla rigidità o sulla distanza culturale, dimenticando che dietro la parola “tedeschi” c’è un mosaico di identità regionali fortissime, dalla Baviera alla Sassonia, dalla Renania al Baden-Württemberg, territori che per secoli non si sono sentiti “germanici” in senso unitario e che solo molto tardi sono confluiti in uno Stato nazionale.

Capire perché diciamo “tedeschi” e non “germani” aiuta anche a ridimensionare molti confronti moderni fatti di pancia. Le parole che usiamo non sono mai neutre, portano con sé secoli di storia, di rapporti di potere, di percezioni sedimentate. E forse, prima di ridurre un intero Paese a un’etichetta o a uno stereotipo, vale la pena ricordarsi che già il nome con cui lo chiamiamo è il risultato di un lunghissimo viaggio culturale, molto più complesso e affascinante di quanto sembri a prima vista.


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